#11 – Come gli angeli e i licheni.

#11 color

Quando il sole si abbassa alcuni rallentano, buttano fuori l’aria dopo l’apnea e se li si ascoltasse dentro si sentirebbe il rumore dei camion quando si fermano ai semafori e sfiatano. A guardare Albert non si penserebbe mai a qualcuno rinfrescato dalla Domenica, ha più l’aria di qualcuno che anche per oggi ha resistito. Eppure oggi si sono divertiti tutti molto, dalla sveglia al mattino, la doccia calda, la colazione, Joey con lo zainetto, le strade libere, la costa, il mare, il vento gelido, pane e sardine. Fino alla cena messicana che Layla sta portando in casa.

Era un giorno in cui bisognava festeggiare. L’altra settimana Mr.Bale è riuscito a farsi dare un ruolo di responsabilità per un progetto finanziato dallo Stato, per risanare le acque attorno alla sua città. Da troppo tempo la chimica era diventata una mano sporca di gesso e studenti che non ascoltavano o, peggio, che non capivano. Negli stagni dove Albert farà degli studi c’è un microorganismo che non si comporta bene e rovina l’ecosistema, un personaggio nello spettacolo dell’equilibrio è distratto, un bassista nella melodia di quel piccolo esistere ha male alla mano. Albert, che da molto cerca di convincere le autorità ad intervenire, dovrà diventare regista e fisioterapista, perché basta una piccola invisibile anomalia e anche il luccio più grande si può trovare in pericolo.

Era un giorno in cui bisognava festeggiare anche perché da un anno Joey non soffriva di crisi d’asma ed era riuscita a starsene tra i boschi a correre senza avere quasi mai il fiatone, se non dell’allergia per i pollini. Non capita quasi mai di non avere nulla per la testa, quando si è preoccupati o tristi, quando si soffre, il tempo è fatto di ostacoli da superare ad uno ad uno e il futuro è una massa indistinta. Fin quando non si risolve il proprio problema, non esiste presente, o almeno non ne esiste uno sereno, non si è mai veramente concentrati su quello che si fa che sia dormire o leggere un libro, non si è mai realmente in presenza di se stessi.  Ora che invece sembra andare tutto bene si ha addirittura il tempo di mostrare a Joey i licheni e tutte le trame che disegnano attaccati a qualche corteccia, il futuro è una grande partenza, domani sarà un lunedì meraviglioso in cui iniziare questa nuova vita e il riposo è garantito dalla propria coscienza.

Layla scarica le prime cose dalla macchina con la leggerezza di un angelo, una leggerezza interiore che sta facendo pensare di non cucinare stasera, chiamerà qualche amico e andranno fuori a mangiare tutti quanti. Joey ha il suo pezzo di corteccia con dei licheni attaccati e lo porta in casa mettendolo sul davanzale.

–  Sai che un lichene può salvarti la vita?  – le urla Albert dal giardino.

–  E come? Mi sembra tanto piccolo – risponde Joey mentre, con la lingua fuori, lo posiziona bene sulla finestra.

– Se l’aria è inquinata, se non c’è abbastanza ossigeno o ci sono troppe sostanze nocive diventa grigio! –

– Davvero?  – risponde Joey sorpresa dalla potenza del suo nuovo amico – Comunque questo mio lichene deve sentirsi molto lontano da casa credo! L’ho anche posizionato verso sud! –

“Quelli sono muschi.” borbotta Albert mentre continua a scaricare l’auto e si carica il pesante zaino sulle spalle. Mentre il sole lancia i suoi ultimi raggi d’Ottobre Albert pensa che sarebbe quello il vero zaino da indossare per partire, e non vorrebbe farlo da solo. Non si sente oppresso dalla famiglia e le responsabilità, no, vorrebbe partire con tutti quanti e non pensare al fatto che entro breve ci sarà buio e ci sarà freddo. Rimane lì, con gli occhi che guardano fuori dal suo cranio, a pensare a cosa possa averlo reso così cupo negli ultimi dieci minuti. Cerca quel solito problema da risolvere che di solito mette in un lato nascosto del cervello con un piccolo allarme che risuona ogni tanto, ma non c’è nulla oggi. È addirittura contento di andarsene a mangiare fuori nonostante la stanchezza. Il futuro non lo preoccupa, e non è nemmeno turbato dal semplice fatto che sia passata la bella giornata. Dallo sguardo sembra qualcosa di più profondo e meno intenso, costante ma non molto violento.

– Sarebbe bello essere come un lichene no? – chiede Albert a Layla che gli sta passando accanto.

– Come? Starsene a far niente tutto il giorno? –

– No no! Stai fermo senza pensare al tempo che passa e monitori l’aria – risponde Albert mentre mima con le mani l’attività di un lichene. Cioè le tiene piatte davanti a sé.

– Beh puoi sempre fare il volontario in qualche associazione ambientalista che piazza sonde per l’inquinamento ovunque! – risponde Joey che era tutto il tempo in giardino a prendere altre cose da portare su.

– No no è diverso, sono un uomo non… –

– Albert fermo – minaccia Layla – non le starai rispondendo sul serio vero? –

Albert sa che come un lichene è capace di monitorare solo l’umore di Layla, non l’aria. Come se respirasse la sua persona, se Layla è felice Albert si comporta in un certo modo, se è triste in un altro. Non è un monitorarlo vero e proprio perché, come un lichene, lui non se ne accorge, non lo dice e non può avvertire nessuno, semplicemente lo è. Chi ama qualcuno non può esserne angelo custode, anche se Albert vorrebbe esserlo. Chi ama qualcuno è sonda inconscia dell’altra persona, ed è una cosa molto dura da sopportare, essere i licheni dei desideri di qualcun altro. E mentre Albert vorrebbe essere un angelo, un grosso angelo, il vero scienziato è un Albert-lichene che oggi è di una forma e un colore diversi dal solito anche se non dovrebbe.

Mentre scarica le ultime valigie incrocia lo sguardo di Layla e, consapevole che qualcosa non va, le chiede semplicemente:

– Tutto bene? –

– Certo! Solo stanca. Tu piuttosto? – si affretta a rispondere Layla, e si gira senza nemmeno aspettare la risposta entrando in casa.

– Io tutto ok! Ho fame! – grida Albert per tutto il giardino.

È carico di borse e cammina pendendo pericolosamente a sinistra, con passi molto goffi entra in casa dove trova Layla che seria ma serena gli risponde veramente

– Va tutto bene è solo che… – si blocca.

– Che?-  Mr. Bale apre le mani davanti a sé .

– Che…mi sento come ci si sente quando si ha la sensazione che il giorno più bello della tua vita sia appena passato – .


#10 – Armi chimiche.

#10

Sono i primi mesi del 1991 e un giovane diciottenne Albert Bale, che sta svolgendo il servizio militare, è appena atterrato in Iraq. Relativamente tranquillo, sapendo che dovrà stare in un laboratorio ad aiutare i medici, attraversa la pista d’atterraggio della base americana cogliendo gli ultimi raggi di sole di una giornata piuttosto fredda.

La vita all’interno della base sembra svolgersi in modo sereno, la guerra è soltanto alla TV. Ci sono più che altro computer e radar e uomini che passano le giornate a fare telefonate e annotare dati. L’unica cosa che Albert ha fatto fino ad ora è stato pulire il laboratorio una volta al giorno. Quando in guerra non c’è la guerra, e quando non sei un militare vero e proprio, la vera guerra è contro il tempo. Tutte le persone sono impegnate e tese, una decina tra cuochi, medici e altri “civili” chiacchierano del più e del meno nelle loro stanze, nello spazio esterno. Il messaggio di Bush alla nazione viene trasmesso una volta al giorno, frasi confortanti come: “il rapporto iniziale del Generale Schwarzkopf dicono che le operazioni stanno procedendo secondo i piani”, “Qualcuno potrebbe chiedere: perché agire ora? Perché non aspettare? La risposta è chiara: il mondo non può aspettare ancora”. Frasi che aiutano a fare gruppo e morale quando tra i canali televisivi e i giornali buona parte dell’opinione pubblica, dei ragazzi come Albert, considerano l’invasione il più grande peccato e i militari come degli assassini.

“Tu ti consideri un assassino?”, chiede Albert al collega cuoco.

“Si fa quel che si deve fare.”, risponde il ventenne ai fornelli, come una risposta reimpostata che serva a chiudere i discorsi e non chiedere altro.

Alla base continuano ad arrivare notizie di attacchi, di feriti, di esplosioni, di ragazzi impazziti. Albert si sente abbastanza calmo, sistema i vetrini del laboratorio e pensa che in fondo, se non fosse per il clima, è un po’ come stare a casa. L’unica differenza vera e propria è la posizione e il fatto di essere cittadino straniero ostile in uno stato di guerra dove pochi ti vogliono davvero.

L’unico veramente impegnato è lo psicologo della base, che ogni giorno ha una lunga fila di persone tese da una situazione di statica tensione perenne. Gli attacchi di panico, i pianti, gli sfoghi violenti iniziano a farsi più frequenti. Albert sta assistendo un giovane che ha subito un trauma alla mandibola in seguito ad una lite scatenatasi prima di cena, una guerra vera e propria per imporre la propria supremazia sul telecomando.

“Avevamo deciso che nessuno avrebbe dovuto cambiare canale, ogni giorno si guarda un solo canale in una rotazione che prosegue per due settimane e poi si ripete. Robert poi ha deciso di guardare altro e tutto poi è andato a rotoli.”, spiega il ragazzo ferito mentre fuma una sigaretta all’esterno e si allenta un po’ la fasciatura sul collo. Poi prosegue: “ora c’è un clima che non mi piace per niente, ci sono degli schieramenti, non si mangia assieme, ci si guarda storto, non ci si aiuta, non si fa altro che fare il proprio dovere e poi si sta da soli e zitti. Qui, abbandonati da tutti, isolati dal mondo”.

L’unico contatto con l’esterno sono le notizie di morti americani e di profughi in fuga. La morte di fuori isola ancor più le persone all’interno della base, facendo crescere il senso di soffocamento esistenziale e portando diffidenza tra le persone. È come se la situazione esterna fosse riprodotta sul singolo, molti credono solo a se stessi e solo nella solitudine trovano pace, una finta pace, l’ “altro” ricorda a tutti dove si è e ricorda che c’è qualcuno accanto che può rivendicare le tue stesse necessità, e combattere per questo.

“Albert, vieni un attimo.”, il medico chiama a sé il giovane e povero Mr.Bale e lo fa sedere ad un tavolo.

“Sarò chiaro. Non possiamo andare avanti così, stanno perdendo tutti quanti i nervi, non si può uscire, temiamo di essere bombardati ad ogni ora e tutti si scannano a vicenda. Quando ho parlato con il comandante mi aveva detto di fare qualsiasi cosa perché la missione possa andare a buon fine. Quindi ho deciso che tutti coloro che useranno le armi, da ora, riceveranno alla mattina questa medicina che non li farà deconcentrare ma li renderà meno aggressivi, pena il processo. Volevo solo renderti partecipe, mi aiuterai  a dividere i farmaci e a tenerli nel cassetto rinforzato del laboratorio, tutto chiaro?”, il medico si alza e tende la mano ad Albert.

“Certo, signore”, risponde titubante Mr.Bale, mentre pallido esce dalla stanza e si avvia verso lo spogliatoio.

– Dare le pastiglie ai militari – pensa mentre prepara le dosi – dare le pastiglie ai militari è ingiusto. Non c’è altro che si possa fare? Sono ancora esseri umani o no? Li usiamo solo come corpi per le armi? Eppure sono tutti nervosi, a breve succederà qualcosa di brutto.

“Ehi Albert hai saputo?”, entra il cuoco di origini sud americane, “ma, le pastiglie? Facciamoli mangiare e bere, organizziamo una festa, facciamo una missione, ma…le pastiglie?”.

“Lo so, sono sconvolto, ma devono restare vigili per la missione.”, risponde Mr.Bale per nulla convinto.

“Si ma sono ancora i nostri ragazzi! A James non piacciono i cavoli e l’altro piccoletto non mangia carne, c’è quello che piange pensando a casa e quello che collezione sassetti; così diventano macchine!”.

“Ma qui abbiamo una missione da portare a termine, una guerra da vincere, come facciamo?”

Albert si siede sfiancato sul letto. Domani mattina inizierà a somministrare i farmaci a tutta la compagnia. E questa sera, lontano da casa ha mille dubbi, si sente solo, e quei pochi uomini con lui gli danno una visione chiara su molte cose. Così, come in ogni suo giorno di tristezza, si mette a scrivere pagine pericolose.

Cosa diventeranno nella guerra? Quale guerra stiamo combattendo? Quella contro l’Iraq o quella contro noi stessi? Quale impulso umano vogliono sedare? Se domani inizio a dargli le medicine diventeranno obbedienti e docili, ma saranno ancora uomini? A chi importa dunque di chi va in guerra? Non siamo corpi al macello. Non ancora. Mi rendo conto ora della guerra a casa, sembra tutto troppo chiaro. Qui c’è uno scopo, la missione, e se i militari iniziano a non essere funzionali vengono chimicamente rimessi in riga. Anche a casa si è messi in riga chimicamente, solo che lo scopo, la missione in-nome-di-cui si fa tutto questo non è più chiara. Alcuni lo chiamano il quieto vivere, altri il progresso o in nome della civiltà. Ma una civiltà che manda a morte della vita vale la pena di essere salvata? Dovremmo fare una guerra contro le armi chimiche grazie alle quali la missione che tutti i giorni ci si propone davanti viene portata a termine. Qui è chiaro perché stiamo impazzendo, e da così lontano mi è chiaro perché impazzire anche a casa. Alcuni tra noi dicono che tra qualche anno ci saranno dei droni a combattere al posto nostro, e così problema dei morti risolto. Ma in una guerra il problema dei morti rimane, così si risolve solo il problema che anche oggi ci si pone: la disobbedienza, l’instabilità umana. E forse anche a casa stanno lentamente introducendo dei droni nelle nostre vite. Anzi, stanno sostituendo noi umani all’interno dei nostri corpi, è troppo scandaloso ammazzare un corpo e preferiscono ghigliottinare l’anima. L’anima? I desideri, le pulsioni…Ma loro chi? Io, dopotutto, anche io voglio essere tranquillo.
Vorrei capire quali armi chimiche sono armi chimiche e quale nemico è un nemico. Rinchiuso mi rendo conto che la vera guerra non è qui, non è contro il tempo e nemmeno contro Saddam. Ho sempre sentito che la vera guerra è contro di noi, che bisogna vincere su sé stessi. Non so cosa voglia dire, ma se un trattato in questo campo umano c’è, allora  con le armi chimiche l’hanno violato. 


#09 – A cui tutto deve venire.

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Una stanza – per colui che ne condivide la storia – è piena di senso, ha persino un volto. Il volto asettico dell’ospedale, calandoci nella storia di Paul, sorride rassicurante al primo spiraglio tra le palpebre del nostro nuovo amico malato. Le luci sono ancora spente e il sole filtra senza bussare, rendendo la stanza ancora più silenziosa. Quando all’improvviso entra Mr.Bale, per le prime visite del mattino, la sensazione è quella di aver fatto camminare un bambino con le scarpe sporche di fango su un parquet appena lucidato. Un’iniezione di qualsiasi essere organico microscopico in una stanza appena disinfettata. Ad Albert l’immobilità degli oggetti e dell’amico fanno un effetto strano, è come essere fuori da una palla di vetro – Le palle di vetro di neve finta, quelle che quando vengono scosse inscenano una nevicata – è come se tutto il mondo al di là delle finestre fosse stato scosso da qualcuno e si stesse muovendo, e dentro la stanza Albert si sente spettatore immobile dello spettacolo.

 Quando andiamo a pescare sul molo?”, chiede Paul sorridendo all’improvviso.

 Ehi, sei sveglio allora…il molo l’hanno distrutto l’altro giorno per motivi di sicurezza.”.

 Vabbè, andiamo in barca!”, dice Paul mentre aprendo le mani e scuotendo il filo della flebo.

 Ma soffro il mal di mare!”, Albert china il capo sconsolato.

“Da riva?”

 Non si prende nulla”.

 A questo punto Paul si alza con forze che ha trovato chissà dove: “Certo che sei bravo a dare speranze e gioia alla gente eh?”.

 Scusa, ricostruiremo il molo assieme”, dice Mr.Bale mentre si siede accanto al letto dell’amico.

 Appena si siede capisce che non sa bene come comportarsi, se chiedere all’amico dell’incidente, o capire cosa dicono i medici. Se ci fossero brutte notizie non sarebbe una bella domanda. Tuttavia l’amico Paul sta bene, ha sofferto ma neanche troppo e ora è stabile dopo l’operazione e qualche giornata un po’ tesa. Una sola questione irrisolta pesa sulla sua testa e su quella degli amici, se sia in grado o meno di tornare a camminare. Non è una questione da poco, certo. Ma il fatto che comunque sia cosciente è già qualcosa per cui rasserenarsi.

 Albert si era preparato un discorso che ora è stato spazzato via dal gocciolio del liquido nella boccia della flebo. Gioire sarebbe inopportuno ma indispensabile. Come non gioire con un amico che ha appena rischiato di non risvegliarsi mai più? Come sorridere con lui sapendo che forse non camminerà? In tutto questo Paul sembra un polo di serenità mentre tutti al di fuori sono comprensibilmente costruiti e titubanti, il loro pensiero è un cammino ad occhi bendati.

 Ma non parliamo di me! Parlano già i medici di me, tutto il giorno. Raccontami cosa c’è fuori!”, dice Paul mentre appoggia il braccio su quello di Albert.

 Bah, le solite cose. Non è successo nulla in questi giorni…hanno abbattuto il molo. L’altra notizia da raccontare è il tuo incidente. Ci hai fatto prendere un bello spavento eh!”.

 Si ma stai tranquillo, solo i sogni uccidono certe persone.”, Paul nel dire questa frase scandisce bene le parole, per darne peso nella stanza dove tutto rimbomba. E dopo qualche secondo di silenzio, di fronte alla faccia interrogativa di Mr.Bale, riprende: “Solo i sogni uccidono certe persone, e io sono tra quelle. Non credo che morirò in un incidente, mi ucciderà qualcosa di più grande: un sogno, di notte, mentre dormo”.

Beh è una buona visione!”, dice Albert cercando di trovare parole dopo un discorso come quello.

 Non ho mai avuto paura della morte, solo ora sono spaventato da questa storia delle gambe”, annuisce sconsolato Paul.

 Mr.Bale allora si risveglia, ricordando che era venuto in quella stanza con un discorso in testa. Parlare a qualcuno che è il soggetto di tutti i discorsi che gli ronzano intorno è sempre difficile, le tue parole rischiano di confondersi tra il flusso di tutto quel che arriva alle sue orecchie e la banale tattica di Mr.Bale è quella di cercare di spiegare che se anche dovesse succedere il peggio, la sua vita non sarà una tragedia. Solo dicono che stare seduti molto faccia male alla salute, ma dicono anche che andare a correre faccia bene ma l’auto che ha preso Paul non la considerano mai le persone che dicono le cose per cui si dice che le persone “dicono”. Tra il titubante discorso di Albert soltanto una frase attrae l’attenzione di Paul.

“…e poi potresti avere una posizione privilegiata, a te tutto dovrà venire”.

 Questa frase è tua?”, chiede Paul sospettoso.

 No no, l’ha detta qualche poeta o qualcuno di famoso, Rilke credo, o Ruskin o giù di lì non ricordo bene”, ammette Mr.Bale.

 Certo è bella, anche se triste non trovi?”.

 Forse, pensa tra sé Albert che sembra più che sconsolato. E come spesso accade, il malato è più positivo e sorridente di chi gli sta intorno e si fa prendere da quel che ha sempre sentito dire essere una tragedia senza riuscire a guardare effettivamente cosa stia accadendo, senza cogliere che tuttavia della serenità c’è. Ora la mano di Paul sulla grossa spalla di Mr.Bale sembra aver invertito i ruoli, come se Albert fosse ammalato di non-essere-stato-all’altezza-della-situazione, che poi è la malattia di cui tutti noi ci ammaliamo.

 Per riuscire a consolarlo Paul spiega come sia felice che questa sua condizione sia data da qualcosa di meccanico, lui uomo di grande manualità, non avrebbe mai accettato di dover rinunciare alle gambe per qualche malattia, per qualcosa di invisibile. Invece, come ripete sempre, aver fatto “croc” è qualcosa che lo rincuora, il suo corpo funziona ed è sempre funzionato bene, ha avuto un duro scontro con il mondo, uno scontro fisico di corpo contro corpo ma non è stato vittima di qualche microscopica infame condanna.

Mr. Bale, da chimico, accetta in silenzio questa spiegazione, e pensa a come combinare tra loro le parole nel modo migliore per rincuorare l’amico. Sul momento non gli viene molto.

 Vuoi veramente aiutarmi? Guarda, non c’è bisogno di molto, non mi servono parole, forse sarò in carrozzina e fine. Sarà dura muovermi avrò bisogno di qualcuno ma basta, non c’è altro da dire. Il resto verrà nel tempo, ma è questione mia.”, dice Paul ad Albert che si sta alzando per andarsene.

 Certo, ma se dovessi aver bisogno di parlare…”, viene interrotto Mr.Bale.

“Non ho bisogno di parole!” grida divertito Paul. “Se vuoi aiutarmi davvero va in palestra, che un’eventuale carrozzina avrà bisogno di qualcuno che la spinga, qualcuno di forte! Mi servono muscoli non discorsi”.

E da questo punto di vista, l’omone Albert Bale, non ha problemi. Se a parlare nel momento del bisogno si sente in crisi, di certo ha tutti i muscoli necessari per alzare il piccolo Paul e portarlo ovunque egli voglia. Dopo essersi salutati Mr.Bale esce e lungo il corridoio, asettico, sorride pensando che per fortuna divina non dovrà fare nessuno sforzo fisico in abbonamento trimestrale per aiutare l’amico.

 Ha già ogni attributo necessario per rendersi utile, senza bisogno di parole , a lui tutto è già venuto.


#08 – Un dettaglio andato a male

#08 - Un dettaglio andato a male

Nei caldi pomeriggi d’estate non esiste nulla di più rinfrescante di un buon cartone animato. Mr.Bale si sente sempre in colpa per il vuoto pedagogico della televisione, tuttavia, sopra i trentadue gradi le forze lo abbandonano: una sala con aria condizionata, persiane chiuse e un buon cartone riescono a trascinarlo fino alle sei di sera quando torna Layla dal lavoro.

La sigla di Aladdin riecheggia per tutta la casa e Joey dalla sua stanza corre dritta dritta sulla poltrona per vedere per la quarta volta il capolavoro Disney.
“Chi è il tuo personaggio preferito? Io sono Jasmine! Vero?”, chiede Joey con voce supplicante.
Mr.Bale osserva la sua pelle chiara, i suoi capelli biondissimi e gli occhi azzurri. – I-d-e-n-t-i-c-a -, pensa.
D’un tratto arriva Malley ticchettando con le zampine per terra e si piazza davanti a quattro centimetri dalla tv. Malley è da sempre perdutamente innamorato della scimmietta Abu. Rimane ore a guanciotte ingrossate e occhi spalancati a guardarla.
“Secondo te lo sa che quella scimmia è un maschio?”, chiede Mr.Bale.
“Massì non è mica stupido Malley”, risponde scocciata Joey.
Ora Malley sta seguendo con la testina tutti i movimenti di Abu. E pensare che solo due giorni prima l’amore indiscusso della sua vita sembrava essere Ciop.
Il cartone è iniziato da una mezzora e Joey è incantata. Mr. Bale nel silenzio e nel fresco inizia ad assottigliare gli occhi, nel dormiveglia la coda di Malley che scodinzola lo fa assomigliare al Genio e Mr.Bale corre nel labirinto dei suoi pensieri: – Assomiglia a un antico demone di pochi centimetri, potrebbe esistere in una dimensione parallela e potrei evocarlo ogni volta che mi serve – con questi bizzarri pensieri lo stanco e asfissiato Albert si addormenta.
Apre gli occhi alle nove meno dieci, – devo cucinare! -, si alza dal divano e corre in cucina, Layla sarà a casa in meno di cinque minuti.
“Ti serve una mano!?”, una voce retorica e divertita proviene dall’angolo buio della stanza.
“Chi c’è!? Chi sei?”
Dal buio un ombra si muove verso la luce e dopo pochi centimetri Mr.Bale riconosce la sagoma di Malley fluttuare verso di lui, ha un ghigno satanico.
“Tutto è più facile di quel che sembra, guarda”, schiocca le dita e una tavola imbandita si staglia davanti ad Albert, davanti ai suoi occhi spalancati.
“Puoi fare tutto questo?” chiede sbalordito Mr.Bale.
“Questo è niente! Posso fare tutto quello che vuoi, mi diverto a giocare con il vostro universo, e visto che mi riempi sempre di cibo ho deciso di aiutarti!”
La situazione sarebbe magnifica per il povero Albert, se non fosse che Layla, tornata a casa, sbalordita per il lavoro in cucina del marito, mangia il primo boccone e dopo dieci minuti corre verso il bagno per passare una disperata notte a vomitare.
“Ehi! Ma che diavolo hai fatto? Non dovevi aiutarmi? Che razza di genio sei?” Albert stringe Malley in un pugno e lo porta all’altezza della fronte corrucciata.
“Non posso badare ai dettagli, posso esaudire i desideri ma devi essere preciso! Non so che nel vostro mondo dovete mangiare cose buone, non posso far funzionare tutto quanto come vorresti”.
Malley esprime desideri, ma i suoi desideri non rispettano le conseguenze chimiche. Non sono soggetti ad un mondo nel quale facendo qualcosa ce ne aspettiamo un’altra di conseguenza. Appena Mr.Bale lo capisce cerca di rinunciare, di dimenticare questo potere. Ma è troppo curioso, deve provare ancora! Invita quindi Malley a seguirlo in giardino, è notte fonda, i grilli scandiscono il ritmo estivo.
“Ok, allora, voglio che fai spuntare una macchina sportiva, rossa, spenta, che non faccia danni, proprio qui davanti a me, riesci?”, chiede Albert.
“Sì, ma hai solo un altro desiderio a disposizione poi.”

“Ma non erano tre!? E da quando sei vincolato se puoi gestire il mondo come vuoi?”
“Sono due, ho deciso da sempre così. Mi vincolo da solo altrimenti diventeresti troppo potente, comunque…ecco la macchina!”, e indica a braccia aperte la sua mano.
“Quella? Sarà di pochi millimetri! Ingrandiscila, devo starci dentro!”, si infuria Albert.
“La ingrandisco? Secondo desiderio?”, risponde divertito Malley.
“No, no, no, no. Fermo! Sei un genio insopportabile! Che incubo! Voglio svegliarmi!”, Mr.Bale si porta le mani in faccia incredulo e sente una risposta inaspettata di Malley.
“Va bene…se è questo che vuoi.”
“Cosa?”, biascica Mr.Bale con la faccia tra le mani, e quando alza la testa si ritrova nel suo divano, semi-addormentato, ascoltando la sigla finale di Aladdin. Malley è a terra che gioca con il telecomando, non assomiglia ad un genio. Il panico assale il povero Albert: – Oh mio Dio! Ma sono in un desiderio esaudito di Malley o è stato un caso l’essermi svegliato ora? -.
Appena spegne la cassetta accende il telegiornale, oggi ci sono stati due attentati in Iraq, oltre sessanta persone sono morte. La seconda notizia parla ancora dell’incidente ferroviario di Santiago. La terza di un concorso di bellezza per ragazze di quattordici anni.
– Questo è il prezzo della realtà? -, la domanda assale Albert mentre si accorge che l’ora è tarda ma non troppo. Va in cucina e tra i libri vede la Bibbia, sorride pensando di aver risolto il problema dell’esistenza del male, chiedendosi se non sia soltanto un dettaglio sfuggito di mano ad un genio, ad un potentissimo criceto con i rasta.
Prepara il piatto preferito di Layla, che viene apprezzato molto. Ridono tutti e prima di dormire Layla e Albert si amano nella loro fresca stanza condizionata. Il genio Malley si addormenta vicino a Joey, coccola una nocciolina e a vederlo non sembrerebbe uno che si preoccupa molto dei dettagli dell’esistenza.


#07 – Sul peso dei gesti.

#07 Sul peso dei gesti

Layla e Albert sono seduti in uno dei ristoranti più belli della città, da nove anni festeggiano il loro anniversario nello stesso tavolo dello stesso locale, che possono permettersi una volta all’anno. È tutto il pomeriggio che Albert prova vestiti chiuso in camera, abbina camicie a pantaloni, maglioni, giacche, cravatte. Ogni abito indossato è inondato di quel-che-accadrà, Mr. Bale immagina quel risvolto della camicia vicino ai piatti, immagina la spalla vellutata della giacca che accoglierà la guancia di Layla. I pantaloni che subiranno il lieve solletico del tovagliolino del ristorante.

Questa è la differenza tra vestirsi per qualcuno e vestirsi per far colpo.

La differenza tra vestirsi per avere gli occhi addosso e vestirsi per due occhi particolari che dovranno guardarti.

La differenza tra sentirsi belli e sentire che quel che sei è parte della percezione di chi ami.

La differenza sta tutta nel dare futuro e storie ai vestiti, che saranno parte dello spettacolo che stai sperando.

Layla si alza un momento e, solo nel ristorante, Albert si guarda intorno. È cambiato molto dal loro primo appuntamento, quando tutto quel luccichio era quasi ridicolo. Ora è tutto normale, è tutto dovuto, almeno una volta l’anno. Quando Layla si assentava un momento, i primi anni, Albert si rilassava e riprendeva fiato, smetteva di trattenere la pancia e allentava il colletto. Da parte sua Layla si assentava per andare a controllare che quell’impercettibile quantità di trucco che si era messa non fosse rovinato.

Oggi è tutto diverso, ma Albert usa comunque questo tempo per guardarsi nello specchio nero dello smartphone e mentre lo tiene in mano ammirandosi, ad un tratto, lo accende e compare l’immagine di Layla sullo sfondo. Rimane per qualche tempo ad osservare i due volti sovrapposti, – è così che Joey deve immaginare la famiglia – .

Anche Layla, in bagno, si sta guardando allo specchio e si vede molto rilassata, la prima volta che era uscita con Albert era corsa in bagno a telefonare ad un’amica per chiederle come doveva comportarsi. Quel bagno, che sembrava soffocante, è lo stesso di oggi, ma ora sembra molto innocuo e noioso.

Aveva incontrato Albert in un periodo in cui cercava la solitudine, stava programmando un lungo viaggio seduta ad un tavolino di un bar quando un’ombra le oscurò la cartina e le chiese cosa volesse da bere. Non aveva mai visto un cameriere così enorme, – non ci sarà mai nessuna rapina qui! – pensò. Oltre alle ordinazioni parlarono molto in quei giorni, fuori faceva freddissimo e Mr. Bale le serviva sempre un cioccolatino in più assieme alla tazzona di caffè.  Lei parlava del Cile e delle montagne del Giappone, lui ascoltava affascinato tra un giro di tavoli e l’altro.

La sera prima di partire Layla venne a bere una birra e a salutare Albert. Parlarono fino alla chiusura del locale, anche se lei si sarebbe dovuta svegliare presto la mattina seguente. Il martedì non c’era mai nessuno nel  bar e, prima di lasciarla andare, lui le accarezzò la mano. Su di lei ebbe l’effetto di un bacio. E quando poi uscì pensò che l’amore in quel momento era nascosto sotto un semplice desiderio: “non vedo l’ora di mandargli delle cartoline”.

Quando Layla torna al tavolo, Albert ha già ordinato, prendono la stessa cosa ogni anno, cercando di evitarla durante tutti gli altri giorni.

“L’anno prossimo dovremmo fare qualcosa di diverso, per il decimo anniversario.” propone Leyla.

“Tipo prendere l’arrosto?”

“No! Diverso diverso! Fare un viaggio, andare in spiaggia la notte…portare Joey.”

“Ma se andassimo tutti e tre a chi  le manderemmo le cartoline? Potremmo rifare in tre il viaggio che hai fatto da sola. Così faresti vedere a Joey tutti i luoghi da dove mi hai scritto!” Mr. Bale si esalta approvando le sue stesse idee.

“Ma allora sono state davvero importanti quelle cartoline”, sorride Layla.

“Avevano l’effetto del bacio che non ti avevo dato, a matita disegnavo me e te assieme in tutti i luoghi che vedevo, poi le ho cancellate per pudore. Non te l’ho mai detto per non sembrare patetico”.

Mr. Bale non le ha neanche mai detto che controllava per ore ed ore tutte le news sul luogo dove si trovava ipoteticamente Layla, e per questo aveva imparato lo spagnolo. E non le aveva detto che era andato in aeroporto ogni giorno per i sette giorni precedenti, per provare ad accogliere il suo ritorno nel migliore dei modi. Solo che Layla non era tornata in aeroporto.

“Non mi hai neanche mai detto perché quando sono tornata sei arrivato in ritardo in stazione, mi ero molto arrabbiata, temevo che mi avessi dimenticata la sera della mia partenza sera stessa.”, esclama Layla, mentre si sistema il tovagliolo.

“C’era traffico.”, prova a dire Albert mentre allunga il braccio per sfiorare la mano di Layla, e su di lei ha l’effetto di una bugia che dolcemente rappresenta nove anni assieme a Mr.Bale.


#06 – Coprifuoco, terza ed ultima parte.

#06 Coprifuoco, terza ed ultima parte.

Appena Mr.Bale e il signor Lawrence superano i confini dello stato sentono dei fischi nell’aria. Ad un tratto un palazzo esplode e i calcinacci piovono in strada, schivarli, impossibile. Decidono di scendere dalla macchina e correre, Albert è velocissimo e si nasconde dietro un muro. La terra trema, arrivano i carri armati. Ora non c’è nessuno con Mr.Bale e solo un muro lo separa dall’esercito. Decide di uscire allo scoperto, abbassa l’elmetto, impugna il bazooka ed esce minaccioso. Poi, d’un tratto, i cyborg giganti. Corrono e fanno sobbalzare la terra ad ogni passo, Mr. Bale prende la mira, il laser danza sul volto robotico del gigante. – Ancora no, ancora no, ades…! –

“Albert sveglia! È giorno.”

Mr. Bale apre gli occhi di scatto. C’è puzza. Ha dormito in macchina qualche ora in un parcheggio fuori dalle strade principali. Scende dall’auto tutto sommato abbastanza riposato, c’è l’aria fresca del mattino ed tutte le aiuole sono innaffiate a dovere, con dolcezza. Hanno superato il confine verso le due di notte, nessun’auto della polizia a fermarli, nessun ostacolo.

“È stato tutto troppo facile.” borbotta insoddisfatto Albert, che è tornato alla consueta tranquillità esistenziale. – Non mi ha neanche rubato la macchina, l’avevo quasi messo in conto -. La proposta che entrambi lasciano al silenzio è quella di andare a fare colazione.  Albert cammina un metro dietro a Lawrence che sembra sicuro dei suoi passi, sembra a casa. Non ci vorrebbe nulla a raggiungerlo ma c’è ancora troppo sonno per parlare, preferisce lasciarsi guidare.

“Ed ora?” trova il coraggio Mr. Bale.

“Ed ora niente, andiamo a fare colazione. Poi io andrò in un posto, ho amici qui che mi possono portare in Messico.”.

“Messico? Come i criminali veri…”.

“Mia moglie è messicana e mio figlio è la con lei, non conto di starci a lungo”.

Seduti ad un tavolo ordinano poca roba, poca per essere due uomini di quella stazza.

“Ho incrinato il mio rapporto con lo Stato, ma non è successo nulla…”, Mr.Bale si lamenta dopo qualche minuto di silenzio.

“E cosa doveva succedere? È successo solo che secondo me tu sei pazzo, è stato troppo facile trascinarti con me. Io mica l’ho scelta tutta questa storia”. Ridono entrambi.

“Beh in realtà mi sei piombato in casa con una pistola! Sai, quando hai una pistola puntata ripensi alla fragilità della legge, pensavo fosse uno scudo pronto a proteggermi ma tra il ferro e la carne c’era solo aria.”

E una volta che la legge ha fallito tanto vale vedere cosa c’è dall’altra parte.

“Io invece non appena sarò tranquillo cercherò di fare del bene alle persone! Voglio rimediare, sanare questo debito.” Esclama speranzoso Lawrence.

“Sarà…” sbuffa Albert, “sarà…ma non starei tanto a preoccuparmi se fossi  in te. Fare del bene e rispettare la legge sono due cose diverse, spesso combaciano ma è solo perché la legge il più delle volte deve, o dovrebbe, essere fondata sull’utilità. Se è utile ai più allora è buona, poi le cose si mischiano…no?”.

“Ma io ci credo nella bontà della legge! È basata sui principi della convivenza!”.

“Non so, oggi la legge è tecnica. La legge è al servizio della convivenza e tutto finisce lì. Non ho riverenza, non ho ammirazione. La uso e appena posso farne a meno la scarico, e venire con te è servito a ricordarmi tutto questo. Ora lo terrò a mente sempre!”.

“Dovresti avere dei principi più saldi!”dice, ridendo ed alzandosi,  il “criminale”.

Mr.Bale si alza, e si avvia a pagare il conto.

“La legge in fondo in fondo è al servizio dei principi e dei re. Non starci troppo male, scappa, vai da tua moglie e non metterti nei casini di nuovo. Per il resto, tocca a me pagare immagino…”.

I due si salutano e Mr. Bale sale in una macchina dal microclima tropicale.

Mentre gira l’auto per tornare a casa è quasi deluso dalla piattezza dell’avventura, che avventura non è stata proprio per nulla.

Il cranio del cyborg esplode e la sua carcassa gigante crolla distruggendo molte case. Albert abbandona il bazooka ormai scarico e saltando sul palazzo di fianco estrae dalla cintura due Uzi.

“Fermo! Sei circondato dall’esercito degli Stati Uniti”.

Mr. Bale sorride, mentre guarda con ghigno malefico gli elicotteri e inizia a suonare un sinistro campanellino.

Il suono del campanellino scuote la terra. Tremano i palazzi e mentre Mr.Bale fa tintinnare l’aria, una voragine si apre tra i palazzi e degli enormi tentacoli salgono lentamente fino a fermarsi a volteggiare nell’aria davanti al viso indemoniato di Albert.

Il nostro eroe alza la mano verso il cielo come un domatore di delfini e i tentacoli sfrecciano a far esplodere un elicottero dopo l’altro, otto in tutto. Poi, silenzio. La luce del sole alto nel cielo non lascia nessuna ombra e luccica sull’elmo crepato di Mr.Bale che dopo un sussulto si rende conto di aver fatto il viaggio di ritorno ai quaranta all’ora.

Preme l’acceleratore e sgasa sulla strada tutta dritta verso casa, vuole arrivare per pranzo. Abbassa i finestrini e cerca di trovare dell’aria fresca nel sole di mezzogiorno mentre si lascia alle spalle il cartello verde che segna il confine dello stato: Welcome to New York, The empire state.


#05 – Coprifuoco, seconda parte.

#05 Coprifuoco, seconda parte.

“Joey, rimani in camera!” grida Mr. Bale mentre l’uomo che gli sta puntando una pistola si siede lentamente sul divano di pelle della sala. Albert guarda tutte le foto di sua moglie attorno al volto sudato del fuggitivo, è molto felice che sia al lavoro e che ci rimarrà fino a tardi.

“Metti pure via la pistola, cosa vuoi che faccia? Che chiami la polizia? Che ti stenda? Ho una figlia di sopra e non ho intenzione di avere guai, cosa vuoi?”, Mr. Bale è più calmo nel trattare con i criminali che nell’andare a prendere Joey a scuola e dover parlare con il terrorismo minimalista dei discorsi di padri e madri stanche.

“Mi dispiace…”, sussurra il ricercato mentre si affossa sul divano.

“Non credo tu sia nella posizione per dispiacerti dopo avermi puntato una pistola in fronte, non mi sei venuto addosso con il carrello della spesa, non mi hai rovesciato una bibita addosso. Cosa vuoi?”

“Mi dispiace, mi dispiace! Non doveva finire così, stavo scappando e l’hanno fatta più grossa di quel che credevo potessero fare! Un coprifuoco così? Per me?”

“Sei un evaso, non ti chiedo perché sei scappato. Anche se mi sembra stupido, ti prenderanno. Ma, perché eri in galera?”, Mr. Bale si alza e va a preparare un caffè tenendo sempre d’occhio il criminale, puntandogli lo sguardo alla testa.

“Aggressione a pubblico ufficiale, ma non ho aggredito nessun pubblico ufficiale. Ero in una cella con due truffatori, ma io non ho fatto nulla di grave”

“Nessuno mai ha fatto nulla vero?”, chiede Mr. Bale porgendo il caffè.

“Ho rubato una macchina lo scorso inverno, questo l’ho fatto. Stavo correndo per uscire dalla città quando ho visto un posto di blocco. In quei casi fuggire è da scemi, soprattutto se hai appena rubato una carretta. Ho frenato per fermarmi ma sul ghiaccio la macchina è slittata e sono andato a finire su uno dei due agenti ferendolo…mi hanno accusato di aver premeditato tutto.”

“E come faccio a crederti?”

“Guardami, ho una famiglia, un figlio piccolo. Avevo bisogno di qualche soldo vendendo pezzi della macchina, delle macchine, lo facevo qualche volta. Ma non andrei oltre! Chi ne ha il coraggio?”

“Già! Ci vorrebbe uno con molto fegato, o molto stupido. In ogni caso sei uscito di galera ed ora io ti sto servendo del caffè mentre ti cercano, non sono più dalla parte della legge nemmeno io se non ti consegno, e non voglio grane.”

“Ma dai guarda la pistola sul tavolo! Fai finta che te la stia puntando, non hai colpe se ti costringo.”

“Ma cosa vuoi?”, chiede Mr. Bale alzandosi di scatto e tendendo il collo verso le scale per controllare che Joey sia in camera sua.

“Credo che alle sette finisca il coprifuoco, non siamo sotto corte marziale, non possono tenerlo giorni interi! Appena finiscono le ricerche intensive metteranno dei posti di blocco e niente più. E il confine dello stato è a soli venti chilometri da qui.”

“Cioè vorresti rubarmi la macchina?”

“No, voglio che mi porti fino al di là del confine. E so che stai per dire che non vuoi comprometterti, ma ti ricordo che posso sempre puntarti la pistola e renderti un innocente ostaggio.”

“Ma non sai come vanno queste cose? Ora io dovrei provare a sfilarti la pistola, dovrei piangere disperato dicendoti che ho una figlia e dirti di lasciarmi stare! Potrei fare la parte del patriota e mettere la legge prima di tutto, prima di te e di me, fregarti in qualsiasi momento. Potrei portarti temendo per la mia incolumità ad ogni metro. Dovrei essere paralizzato.”

Ma Mr. Bale ha altro per la testa. Pensa a tutte le occasioni di eccedere che nella sua vita da professore ha sempre tenuto solo nella sua testa. Pensa a suo padre che, professore di legge, gli ha sempre insegnato che un uomo colpevole resta colpevole e che anche se la legge, il diritto, lo raddrizzano ci sarà sempre una parte di lui in cui si vedrà l’ombra della stortura, del delitto. Il fuggitivo, il signor Lowrance, sembra sincero, sembra simpatico. Quest’uomo lo sconvolge tuttavia, lo sconvolge come un’innamorata. È l’occasione sul piatto d’argento per dimostrare che esiste nella sua vita un momento in cui l’obbligo amorevole verso la famiglia e la costrizione della legge, che ormai è penetrata in ogni molecola di ognuno di noi, non possano attanagliarlo come sempre. Uno spiraglio in cui essere al di là del giusto e dello sbagliato. Ma non per senso rivoluzionario, per una nevrosi più che altro. Per sapersi dire che si è ancora capaci di essere umani anche senza esserlo solo in quanto sottoposti al diritto, al contratto. Vuole fare qualcosa di stupido, che non abbia senso, ma non perché sia un rivoluzionario, ripeto, è un suo feticismo oscurato da sempre. – Oggi non sarà la legge a fondare il nostro vivere, oggi sarà il nostro vivere nelle sue libere ed estreme, micidiali, conseguenze -, pensa mentre pulisce la tazzina del caffè e la posiziona millimetricamente nella credenza, girandola fin quando tra i movimenti impercettibili non riconosce la posizione che deve essere.

“E se avessi rubato la mia, di macchina? Hai comunque fatto un danno a qualcuno. Non ti posso aiutare.”

“Non ho mai detto di essere innocente, non sono una persona affidabile.”

A Mr. Bale piace tutto moltissimo, è un gioco erotico tra lui e il sentimento della colpa. Che si è sempre mostrato a lui senza mai realmente concedersi.

“Ho solo una condizione”, sussurra Mr. Bale, “io mi fido di te, ma tu devi fidarti di me. Non mi sembra che tu abbia alternative, avrei già potuto reagire. Basta che faccia qualche passo falso e sei finito. Ma tranquillo, non voglio farne, solo una cosa…prima distruggiamo la pistola.”

“Se tu non accettassi, sarei finito comunque, potrei renderti ostaggio…ma sarebbe tutto troppo difficile. Va bene.”

Ora Mr. Bale ha una pistola in mano, sale le scale, finge di mettersela nei pantaloni ma la appoggia in un cassetto. Abbandonandola al piano di sopra.

Sono le ore diciannove e trentadue minuti, il coprifuoco è terminato.

Albert e il signor Lowrance sono in macchina, veloci. E la cosa strana, a vederli, è che il criminale sembrerebbe proprio Mr. Bale.